bar

Luglio 4, 2008

Nel 1996 Spiro Scimone scrive la sua seconda opera, Bar che debutta al Festival di Taormina Arte nel 1997 con la regia di Valerio Binasco e le scene di Titina Maselli. Nello stesso anno Spiro Scimone e Francesco Sframeli vincono il Premio UBU rispettivamente, come “Nuovo Autore” e “Nuovo Attore”. Non c’è un attimo di questo spettacolo teso e inquietante, costruito con una sapienza drammaturgica che ci colpisce e ci affascina, che sia inutile e puramente esornativo. Scritto in dialetto messinese, Bar mette a confronto due solitudini, due perdenti e un’amicizia nata dalla debolezza che fa nascere un fortissimo senso d’appartenenza.

I due protagonisti, Nino e Petru, ci sono presentati nei quattro giorni chiave di una vita vissuta al minimo, quasi asserragliati nel retrobottega di un bar dove uno fa il cameriere dedito ai lavori più umili ma sogna di preparare aperitivi, l’altro è un cliente senza quattrini e senza lavoro costretto a svendere le poche cose di casa che gli vengono estorti, a un prezzo di molto inferiore al loro valore, da uno strozzino.

Tutti e due hanno i propri feticci – Nino le belle giacche da barman che a ogni compleanno gli regala la madre; Petru il sogno di un lavoro qualsiasi – ma la partita a carte della vita, grazie alla quale sarà possibile acquistare il bar, è persa, e anche la fantomatica, possibile rivincita non può aver luogo visto che Gianni, il taglieggiatore, viene trovato morto ammazzato. Tutti e due hanno le proprie ossessioni: Nino una madre invadente e castrante con la quale dorme fin da piccolo e un timido amore infelice per Sara, continuamente picchiata dall’«animale» al quale si accompagna e che si scoprirà essere proprio Gianni; Petru una moglie rassegnata e il sogno di un riscatto sociale che sembra, fra un bicchierino e un altro, a portata di mano. Ma i sogni spesso muoiono all’alba…

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